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Federcarni: “no a divieti che mettano a rischio la filiera, sì a regole equilibrate”

La Federazione è stata audita in Commissione Agricoltura della Camera sulle proposte di legge in materia di tutela degli equini e loro riconoscimento come animali d’affezione.

“Occorre valutare con attenzione l’impatto complessivo delle proposte di legge sugli equini, evitando interventi che rischiano di compromettere una filiera produttiva consolidata, senza incidere concretamente sulle dinamiche produttive internazionali e con effetti economici, occupazionali e territoriali rilevanti. È necessario che il perseguimento di obiettivi di tutela e benessere animale avvenga attraverso strumenti equilibrati che garantiscano sostenibilità economica, salvaguardia delle produzioni e libertà di scelta dei consumatori”: così Maurizio Arosio, presidente di Federcarni-Confcommercio, nel corso dell’audizione del 20 maggio scorso davanti alla Commissione Agricoltura della Camera dei deputati sulle proposte di legge in materia di tutela degli equini e loro riconoscimento come animali d’affezione.

Federcarni ha espresso la propria contrarietà alle misure che “prevedono il riconoscimento generalizzato degli equidi quali animali d’affezione e il conseguente divieto di macellazione, esportazione e importazione degli equidi destinati alla produzione alimentare, nonché di vendita e consumo delle carni equine”. Secondo la Federazione, si tratta di disposizioni che “determinerebbero un disallineamento rispetto alla normativa europea vigente, che continua a classificare gli equidi tra gli animali da reddito, con possibili disparità competitive per gli operatori italiani rispetto a quelli degli altri Paesi membri ed effetti distorsivi sul mercato”.

Nel corso dell’audizione, Federcarni ha inoltre evidenziato come l’attuale normativa già consenta al proprietario di scegliere tra la classificazione DPA (“destinato alla produzione alimentare”) e Non DPA (“non destinato alla produzione alimentare”), prevedendo un sistema fondato sulla volontarietà e sulla tracciabilità. Rendere obbligatoria una classificazione generalizzata come animale d’affezione rappresenterebbe quindi “una forzatura normativa che rischierebbe, tra l’altro, di favorire fenomeni di illegalità, macellazioni clandestine e trasferimenti verso Paesi con regole meno restrittive”.

La Federazione ha anche richiamato l’attenzione sulle ricadute economiche e sociali del provvedimento, considerando che nel 2025 il patrimonio nazionale conta più di 423mila capi distribuiti in oltre 168mila allevamenti. È una filiera che coinvolge allevatori, macellerie e distribuzione, fortemente radicata in numerosi territori del Paese e legata, in alcune regioni, a consolidate tradizioni gastronomiche e culturali.

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